Il canto delle ruote. 7 anni in bicicletta intorno al mondo

Claude Marthaler non ha più una casa dove tornare, vive sulla sua bicicletta e attraversa i continenti facendo del viaggio il suo stile di vita quotidiano. Non sceglie strade facili, si mescola alla gente che incontra, trasforma gli anni che passano in avventura, filosofia, ricerca continua di se stesso e del mondo. Dalie Ande a! Tibet, dalla Siberia all’Africa, dall’India alla Cina, dall’Europa all’Alaska fino ai 6000 metri del campo base dell’Himalaya; il suo infinito andare in bicicletta, il suo talento per la scrittura e la fotografia rendono Claude Marthaler un caso unico nel panorama dei grandi viaggiatori. “Il mio viaggio è forse semplicemente un parto folle, felice e simbolico, il più grande tour che un bambino possa sognare.”

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*foto da yaksite.org

il suo sito: www.yaksite.org

La lunga strada per Kathmandu

articolo di Valeria Gandus

“La lunga strada per Kathmandu”: in un libro
il viaggio degli hippies verso Oriente

Luigi Guidi Buffarini racconta con autoironia la sua esperienza di quarant’anni fa quando a bordo di un furgoncino Ford Transit raggiunse il Nepal. Con la descrizione dei sui incontri strampalati, l’autore ricostruisce lo spirito di quei tempi in cui ognuno aveva “il suo trip”

C’è stata un’epoca, circa quarant’anni fa, in cui un giovane, o meglio una certa categoria di giovane, non era tale se non viveva determinate esperienze. O, quantomeno, se non desiderava fortemente viverle. La più epica di queste esperienze era il viaggio a Oriente. Un viaggio rigorosamente via terra, con pochissimi mezzi economici, una larga disponibilità di tempo e una certa propensione per il consumo di droghe più o meno leggere.

Sulle orme dei figli dei fiori americani – ma anche dei Beatles, che in India avevano trovato nuove psichedeliche fonti d’ispirazione – orde di ventenni partivano dunque su pullmini scassati o su treni che avevano vissuto tempi migliori alla volta dell’India o addirittura del Nepal, lasciandosi alle spalle mamme piangenti e padri incazzati.

All’epoca, Luigi Guidi Buffarini non aveva l’età, nel senso che aveva già trent’anni, e poca o niente predisposizione per le droghe. Eppure, fu proprio lui a organizzare il viaggio che oggi racconta in un libretto delizioso che ha il sapore e l’odore e la musica di quegli anni: La lunga strada per Kathmandu – Quando gli hippies migravano a Oriente (Ignazio Maria Gallino Editore).

L’ingrediente che fa di questo diario di viaggio un godibilissimo viaggio nel tempo non è, come si potrebbe credere, la nostalgia ma una forte autoironia. Certo, un intervallo di quarant’anni dall’esperienza alla sua descrizione aiuta: lo scrittore di oggi non può che guardare con disincanto al ragazzo di ieri e ai suoi compagni d’avventura, anche se assicura che lo scetticismo che traspare dalle pagine è lo stesso con cui ieri affrontò l’impresa.

Del resto, un particolare differenziava nettamente il viaggio di Guidi Buffarini da quello dei giovani che all’epoca migravano a Oriente: “Secondo il linguaggio del tempo… ognuno aveva il suo trip: chi la religione, quasi sempre il pantheon indiano, ma anche il buddismo, chi la droga, chi il misticismo, chi la comunanza umana, quest’ultima un modo come un altro per entrare in rapporti più stretti con l’altro sesso”. Il trip dell’autore, o meglio lo scopo finale della lunga trasferta, era la stesura di una guida ragionata a uso degli hippies di ogni latitudine. Ed è proprio sulla scorta degli appunti presi per questa guida (poi effettivamente pubblicata con il titolo Viaggio all’Eden, ma mai tradotta all’estero, come l’autore confidava) che sono stati ricostruiti luoghi, alberghi, ostelli, prezzi dell’epoca. Ciò che invece Guidi Buffarini non poteva trovare negli appunti è lo spirito dei tempi, che ha però efficacemente ricostruito ripescando nella memoria gli episodi salienti e gli incontri strampalati avvenuti durante il viaggio.

Ecco dunque il “malgascio”, atletico esemplare di pelle nera, lingua francese e coltello facile, incontrato in un pulciosissimo albergo di Istanbul, che si aggrega alla compagnia (l’autore e altri due amici) fino al suo arresto, in Afghanistan, per traffico di stupefacenti, lo stesso reato per il quale era dovuto fuggire dalla Francia. E poi altri passeggeri paganti raccattati lungo la strada: l’americana Susan e la francese Francine, perennemente strafatte e fonti di innumerevoli guai, una coppia di inglesi ributtanti (lui viene chiamato “l’uomo delle spelonche”) e un’italiana, Grazia, dalla storia tragica.

Ma vero protagonista del racconto è il viaggio stesso, svolto a bordo di un furgoncino Ford Transit che l’autore, con un tantino di giovanile megalomania, battezza “Le roi des Belges”, come il battello che in Cuore di tenebra di Joseph Conrad percorre il fiume Congo alla ricerca di Kurtz.

Anche i nostri viaggiatori avevano il loro Kurtz da scovare in Nepal su incarico della mamma, una senatrice democristiana. E riuscirono pure a trovarlo a Kathmandu, alla fine del loro viaggio che aveva toccato Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan, India e, appunto, Nepal. “Non dirò the horror, the horror, sarebbe troppo scontato. L’orrore vero è quello di vivere in famiglia, almeno nella mia” dirà Giuliano-Kurtz ai suoi ritrovatori.

La cifra del racconto, si diceva, è l’autoironia: Guidi Buffarini prende costantemente in giro il suo io giovanile, anti eroe per eccellenza: “No, decisamente non ero il tipo del viaggiatore coraggioso e neppure tollerante: non sopportavo i disagi, non sopportavo il caldo, la sete, le cimici, la sporcizia, la stanchezza, fino al punto di non osservare ciò che mi stava intorno se non con l’occhio del sopravvivente. Anche adesso, sotto la volta del cielo stellato, sapevo che a guardarla con occhio distaccato l’alba rossa che si stava annunciando su quell’arido deserto mi sarebbe apparsa divina. Io, però, sarei stato pronto a scambiarla senza rimorsi con un bicchiere di acqua minerale ghiacciata con le bollicine”.

Il viaggio attraverso le “Porte della percezione” – quelle che danno il titolo al saggio di Aldous Huxley sull’esperienza con la droga e il nome al gruppo di Jim Morrison, i Doors – non ha mutato l’autore e i suoi compagni: “Per dirla con le parole di Huxley, non ci aveva molto mutato. Forse ‘Non tornavamo indietro più saggi, meno spocchiosi e neppure più felici’ … Per adesso tornavamo e questa, per il momento, era già una bella fortuna”.

fonte: il fatto quotidiano

BRUM BRUM 254000 km in Vespa

Fra il 1994 e il 1995 Giorgio Bettinelli inizia il suo viaggio dall’Alaska alla Terra del Fuoco e fra il 1995 e il 1996 percorre in Vespa i 52.000 chilometri che separano Melbourne da Città del Capo. Il resoconto di questi due viaggi trova un breve ma efficacissimo momento narrativo nella prima parte di questo libro. Dopo aver raccontato le mille avventure e gli incontri di quella tappa, Bettinelli descrive un viaggio lungo oltre tre anni che dal Cile lo porta alla Tasmania fino in Siberia, attraversando Africa, Europa e Americhe. Il viaggio prosegue ma il racconto, per ora, si ferma qui, interrotto da un grave episodio che conferisce una nota di alta drammaticità a una voce di norma scanzonata, a uno sguardo attento e disincantato ma capace di lasciarsi stupire e sedurre. In questo libro Bettinelli ripropone se stesso, come lo abbiamo conosciuto nel libro In Vespa, viaggiatore intelligente e ironico, dotato di grande spirito di adattamento, di inesauribile curiosità, di rispetto e voglia di conoscere il mondo e le sue popolazioni.

Libro divorato in pochi giorni del purtroppo scomparso Giorgio Bettinelli “MR Vespa”.

Più che un semplice viaggio è un’odissea (non a caso il viaggio si chiamava “Worldwide Odissey”) che lo porta per tutti e cinque i continenti della terra in sella alla sua amata Vespa.  Un diario di viaggio ma anche un pezzo della sua vita stessa raccontata che si mischia col viaggio.

Le sensazioni, gli incontri, le amicizie, gli incidenti, gli innamoramenti raccontati che capitano lungo la strada, fanno uscire allo scoperto il lato più umano di Bettinelli.

Una persona che amava la vita. Sopratutto credo amasse “viverla” veramente e non “subirla”. E per lui la felicità era prendere la sua vespa e partire verso un nuovo viaggio. Spero che dove sia ora, tu possa viaggiare con la tua Vespa verso strade che non hanno confini, solo orizzonti lontani…

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